Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia
La “paesologia” di Franco Arminio potrebbe anche dirsi una pedagogia. Una pedagogia, però, che nulla ha da insegnare, ma, potremmo dire con una frase di Benjamin densa di significati, solo da mostrare. Tutt'al più ci indica un metodo, un modo di indagare il mondo applicabile in più campi, anche distanti da quello specifico del libro. Innanzi tutto l'oggetto di Vento forte tra Lacedonia e Candela, che ovviamente in quanto “contenuto” non dice affatto tutto, ma già fornisce di per sé un'idea precisa del percorso intrapreso dalla scrittura di Arminio. La paesologia è una disciplina che «potrebbe assegnare la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell'estinzione»; in antitesi agli organi più blasonati che certificano le bandiere blu dei mari e quelle arancioni ai borghi più belli, la scienza di Arminio esplora luoghi di una normalità desolata, stazioni fisiche di una decadenza in sordina, dove tutto è privo di attrattive ma dove pure l'esistenza delle persone, né tante né poche, è garantita a un livello minimo di quieta sopravvivenza. Lontane dal bozzettismo, le descrizioni erratiche di Arminio, le sue pratiche esercitazioni, portano alla luce una geografia di curve, piazze fantasma, pianori, snocciolati sotto una luce crepuscolare, incapaci di configurare alcun interesse “turistico” per l'uomo contemporaneo, intrappolato nella continua caccia all'evento, al pittoresco, al sensazionale. Nei paesi visitati dall'autore, perlopiù racchiusi nella regione irpina ma che stanno come per sineddoche per luoghi omologhi di tutta Italia, si dà solo lo spettacolo smorzato di un'umanità ferma, dove l'ostentazione di una macchina potente si accompagna alla povertà spirituale, all'incapacità di organizzarsi per una vita più intensa. Qui, scrive Arminio, «Si trova il mondo come è adesso, sfinito e senza senso, con l'unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro». Una fisiognomica contemporanea rilevata dal calco senza particolari escrescenze dei paesi marginali, inesistenti per i più, capace a dispetto della apparente non significatività universale dell'oggetto di mostrare il pericoloso e silenzioso scadere della nostra vita, giacché «nel paese la data di scadenza è ben visibile, come se per comporla bastasse mettere in fila dieci facce». Il viaggio di Arminio si dimostra essere un pellegrinaggio tra le rovine del progresso, tra coloro che rimangono, che vengono superati da un modello di vita inseguito senza mai poterlo raggiungere, secondo una «curva delirante» che passa per «paesologia, tanatologia, teratologia» e che rivela il significato più ampio dell'indagine antropologica compiuta.
Lo sguardo che documenta il profilo dei paesi percorsi non è un punto di vista affidabile. Incostante, errabondo, meteoropatico, patisce gli umori del soggetto, pur essendo questo segnato dall'«essere sfondato, senza fondo e senza coperchio, un tubo vuoto» disponibile all'attraversamento di sé e del mondo esterno. Soprattutto, conta l'attitudine a «cercare le cose che non ci sono», ad appoggiare la scrittura alle “delusioni” e alle “mancanze”, in una caccia ai segni della dissoluzione, agli indizi della marcescenza. Al semplice vedere si sostituisce la “visione”, quell'intersecarsi di sollecitazione materiale e nevrotica rimuginazione interiore che alimenta «la smania aforistica, la frase singola, spaiata» della prosa disincantata e sussultoria di Arminio.
Gli appigli sui quali si stendono i ritratti di questi “paesi arresi” sono povere cose, inezie di una terra desolata: anonime piazze raccolte intorno a distributori di benzina, bar più o meno pretenziosi frequentati da avventori piantati sulle sedie, muretti, uffici comunali, facciate di palazzi senza storia, o dalla storia sventrata, terremotata e quindi fermata, facce di vecchi e di giovani, macchine sovradimensionate, luci pigre e umide. La scrittura si avvolge intorno a ogni «dettaglio» capace di comunicare oltre l'aspettato, al di là del previsto dalla sua funzione, proprio là «dove il mondo è più spoglio», dove la realtà sembra incapace di offrire alcunché d'interessante, di significante.
Il peregrinare di Arminio interpreta i volti, allegorizza le posture, i movimenti della gente, compone «un piccolo erbario di gesti» che dà pregnanza fisica a un'umanità svuotata, triste, sconnessa al proprio interno e rispetto all'ecosistema che essa abita. Un paesaggio morale tuttavia sempre in mutamento, costretto a correggere la corrispondenza semantica e l'impressione umorale ad ogni passaggio, ad ogni ritorno. Le «poche scene» catturate dall'obbiettivo di Arminio mutano in diorami composti di dettagli, ciascuno dei quali può imporsi come determinante alla restituzione del clima.
“Interrogare il paesaggio” è lo scopo della paesologia, per leggere il presente a partire da ciò che gli uomini fanno della materia che li circonda, di come la trasformano e la usano, da una prospettiva rovesciata che afferra la «coda di un serpente a cui hanno tagliato la testa», il mondo occidentale. Il passo impiegato è consapevole della parzialità e della frammentarietà della percezione delle cose, è proprio cioè di «chi non avanza a vele spiegate», ma di «chi inciampa, chi sente la vita che si guasta giorno per giorno, paese per paese».
Laterza, Roma-Bari, 2009³, pp. 202, € 10,00.
Massimiliano Borelli





