Stimatissima Eleonora Duse,
le scrivo reduce dalla sua conoscenza, appena fatta grazie a un libro che su di lei ha scritto una studiosa di teatro, Donatella Orecchia. In particolare, ho potuto conoscere lei ragazza, giovane donna di circa venticinque anni. Muoveva allora non i primi passi, ché lei, figlia e nipote d’arte, calcò e visse sempre in rapporto con le assi del palcoscenico. Ma insomma, in quegli anni tra i venti e i ventotto, lei diventa Eleonora Duse, si afferma, nella compagnia torinese di Cesare Rossi, come “prima donna” carismatica, ma di un ascendente tutto suo e peculiare, che la porterà a costruire una forma attoriale “moderna”, adeguata ai tempi di trasformazione (siamo a cavallo degli anni ’80 dell’800) socio-economica in cui lei agiva e formava il suo pensiero, e il suo stile. E in quegli anni manifesterà un’arte innovativa, precedente alla sua fase successiva, quella più nota, dannunziana.
Di questo parla il libro La prima Duse. Nascita di un’attrice moderna: della capacità che lei ha avuto di svincolarsi dagli stereotipi racchiusi nei ruoli da lei recitati, di sorprendere l’orizzonte di attesa, ovvero di rispondere criticamente, con il corpo e con la voce, all’ideologia borghese e mercantilista che costituiva il mittente e il destinatario dei copioni da lei accolti. E parla, il libro, di come lei sia stata un’attrice “di pensiero”, per nulla accondiscendente, in quegli anni, nei confronti dei gusti grossolani o intenzionalmente e moralmente retrogradi del pubblico teatrale, che nel teatro cercava intrattenimento, e rispecchiamento e giustificazione della propria condizione borghese, con tutto il corredo di buoni sentimenti, pathos a buon mercato, liete o comunque consolatorie fini.
La sua attitudine, e la sua ricerca, invece, si configurano, nella ricostruzione della Orecchia, estremamente moderne, in consonanza con gli esiti novecenteschi dello straniamento, della crudeltà espressiva, della criticità del linguaggio. In ciò, nei gesti irrigiditi e inquieti, nei passi “di sghimbescio”, nella sua voce franta, disarmonica, rintraccio una sua vicinanza con la nostra esperienza contemporanea, con lo stato critico in cui viviamo ancora oggi, e a cui anche l’arte nostra dovrebbe sempre tentare di dare voce, mettendo in crisi innanzitutto se stessa.
Come attrice, giovane attrice, ha saputo sfruttare quei ruoli che, al momento della scritturazione nella compagnia le vennero affidati per contratto (E qui, detto per inciso, ma con forte risalto, bisogna riconoscere il metodo ermeneutico della Orecchia, la quale mette in primo piano, da subito e con coerenza successiva, il sistema produttivo, economico, organizzativo del mondo teatrale, come contesto imprescindibile, seppure non deterministicamente decisivo, da cui è necessario partire per ogni considerazione critica, e che va messo poi in relazione col più ampio panorama economico-sociale in cui si sviluppa). Ruoli che le lasciavano margini di azione al di là di loro stessi, del loro profilo letterario: nei “vuoti” del copione che davano possibilità interpretative nell’azione scenica. Ruoli che erano, pur nella loro posizione “negativa” e (temporaneamente) di rottura, tutti inseriti nel filone del teatro borghese, che lei ha tuttavia impersonato rovesciandoli, mettendo in crisi il loro linguaggio scenico, e, con ciò, ponendo in dubbio e implicitamente invalidando quei valori che essi incarnavano.
Il suo stile è moderno. È, come verificato in conclusione dalla Orecchia, allegorico, nel senso benjaminiano del termine. I suoi movimenti apparivano ai suoi contemporanei innaturali, disarmonici, artificiosi, frammentati. La sua voce a singhiozzi, mai fluida, perentoria e sicura. La sua era una recitazione precaria, che mirava a disincantare il pubblico dalle parole in apparenza in fondo accondiscendenti che pronunciava. Era la tecnica attoriale a smascherare la falsità e la pretesa di naturale validità dell’ideologia sottesa al dramma borghese. In aggiunta, il suo tormento, la sua personale “nausea” esistenziale faceva il paio, e rimandava dialetticamente allo “stufamento” del teatro, delle sue regole mercantili e professionali.
Eppure lei ha avuto esatta coscienza di abitare un mondo inabitabile, perché ormai tutto soggetto alla logica del commercio. E, oltre che con la sua tecnica artistica, lei è stata in grado di dire un mondo tutto in preda al guadagno individuale, e ai valori che quel guadagno tutelavano e glorificavano, anche con la scelta dei suoi personaggi: donne marginali, non eroine virtuose ed esemplari, ma “cortigiane”, figure che incarnano la mercificazione, la reificazione, l’impossibilità di una vita “libera” che vigono nel mondo moderno (il suo come il nostro). La cortigiana, vera o considerata tale dal punto di vista della “rispettabile” borghesia, è insomma una carta che lei ha giocato per calare il velo della situazione esistenziale collettiva, nel momento storico concreto successivo all’industrializzazione e alla mercificazione di ogni spazio sociale e individuale.
Lei ha portato la coscienza della crisi dell’uomo (e, pure, dello stato subordinato della donna, nello specifico) nei movimenti della sua presenza, nel linguaggio scenico che ha saputo rivolgere contro di sé, dolorosamente. La sua modernità è la sua attualità, oggi. Ed è la sua originalità, nel senso gramsciano fatto proprio dalla Orecchia di assunzione e incarnazione sovrarindividuale di una condizione sociale storica.
La sua “stranezza” che si fa via via sempre più consapevole lavoro critico sul linguaggio, ed esposizione dell’artificialità e della finzione del teatro (che può essere così campo di indagine dell’esistenza dell’uomo, luogo dell’approfondimento e della lacerazione interiore, ma non specchio immedesimante ed empatico), mostra una bellezza e una sensualità dissonanti, “luttuose”, che fremono scompostamente sotto l’impulso di rabbia, inappagamento e violenza, prima, indifferenza ed estraneità poi.
Tutte queste cose le imparo dalla ricostruzione de La prima Duse. E devo dirle che l’autrice ha compiuto davvero una ricostruzione del suo profilo di attrice, di pensatrice, di donna, di “cortigiana”. Ha visto infatti tutte le recensioni, le critiche che apparivano dopo i suoi spettacoli, ha letto le lettere di persone che ruotavano nella sua orbita (artisti, critici, agenti) e che parlavano di lei. Ha setacciato e interpretato le tracce che il suo passaggio ha lasciato dietro di sé. Ha disegnato insomma allegoricamente una costellazione-Prima-Duse interrogando, dando parola e montando materiali precari, parziali, variamente attendibili e produttivi. Ma del resto, così, ha compiuto con coscienza e manifestamente una critica di parte, secondo determinati ed esplicitati principi estetici, come non può che essere, in onestà intellettuale, sfruttando proprio documenti altrettanto immersi nell’ineludibile conflitto delle interpretazioni.
Anche per questo la sua immagine risulta oggi, in questo libro, particolarmente viva; di una vita, e di un’arte, in crisi, dissanguate, falsificate dal corso dei tempi. La sua voce dissonante, meccanicamente estraniata, come ce la fa ascoltare Donatella Orecchia, ci parla oggi con urgenza, nostra, più che sua. Nella “condizione dolorosa” che emana dalla sua “tensione nervosa” troviamo motivi di forte sintonia e di destabilizzazione della nostra consolidata, ancorché conflittuale e pericolante, civiltà.
Con il rammarico di non poter essere mai tra il suo pubblico a Roma, a Torino, o a Parigi, le invio i miei saluti, di profano della sua arte e di appassionato, ormai, della sua giovane figura,
Vladimiro Tamerlano.





